Intervista a Edizioni BeccoGiallo, fumetto d’impegno civile

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La casa editrice BeccoGiallo è una delle più conosciute e apprezzate realtà italiane che pubblica fumetti. Fumetti che non sono solo piacevole passatempo ma arte che perlustra temi attuali, di cronaca, che racconta storie difficili che fanno parte della storia d’Italia e non solo. In poche parole: professionalità, qualità e impegno civile.

La scimmia gialla ha contattato il Direttore Editoriale di BeccoGiallo, Guido Ostanel, che ha gentilmente risposto ad alcune nostre domande:

1- Edizioni BeccoGiallo: perché una casa editrice sceglie il fumetto come strumento per raccontare storie di “impegno civile”?

Perché il fumetto è un linguaggio che sa essere potente. Se ben utilizzato diventa semplice, immediato, coinvolgente, efficace, e richiede a chi legge un ruolo vigile e attivo: per il tipo di storie che vogliamo rimettere in circolo perché non vengano dimenticate, come i fatti del G8 di Genova o le uccisioni di Falcone e Borsellino, ci sembra un fattore interessante, specie se pensiamo a un pubblico giovane, cittadino del domani.

2- Fumetto di impegno civile, di critica sociale, che mette il dito nella piaga, che svela scenari che spesso passano in secondo piano: accostare il fumetto a determinate tematiche può sembrare una scelta azzardata ma potrebbe anche diffondere un certo tipo di informazione a un pubblico più vasto. Qual è la vostra opinione sulla situazione italiana? Che riscontro avete trovato, da questo punto di vista, da quando avete iniziato la vostra avventura editoriale, sia da parte degli autori che da quello dei lettori?

Compiamo in questo 2015 i nostri primi 10 anni di attività, e l’atteggiamento degli addetti ai lavori (autori, altri editori, librai, distributori, giornalisti, critici) nei confronti del nostro progetto è cambiato nel corso del tempo: all’inizio lo scetticismo di fronte al binomio “fatti di cronaca e fumetto” era prevalente, oggi c’è una consapevolezza diversa, decisamente più laica e matura.

3- Negli Stati Uniti le “Graphic Novel” sono considerate vere e proprie opere artistiche, autori del calibro di Frank Miller e Alan Moore hanno conquistato un certo successo e una consistente fetta di pubblico, qui in Italia sembra interessare solo a un pubblico di nicchia. Qual è secondo voi la situazione nel panorama editoriale europeo e dove si colloca l’editoria del fumetto italiana?

Si paga ancora ritardo accumulato rispetto ad altri Paesi, dove il fumetto non è rimasto ostaggio così a lungo dell’idea che le nuvolette fossero al massimo un simpatico compagno per le letture più futili della settimana. Forse qualche responsabilità è anche del mondo del fumetto, a volte un po’ troppo chiuso e autoreferenziale, poco incline al dialogo con altre arti e altre personalità dell’editoria più tradizionale.

4- Come scegliete i vostri autori? Ricevete molte opere da parte di esordienti e non?

Sì, oggi le proposte arrivano puntuali e numerose, e non solo da autori esordienti. Per mail, per telefono, alle fiere di settore. La coerenza del progetto e del catalogo in questi 10 anni di pubblicazioni ci aiuta oggi a non dover selezionare le proposte giuste fra mille opere proposte fuori contesto. Ci sembra un bel segnale.

5- In che modo collaborate con l’autore? Una volta pubblicato seguite anche la diffusione e la promozione dell’opera?

Sì, si fa ogni cosa possibile per sostenere il lavoro degli autori anche dopo l’uscita del libro: si cercano sponde virtuose nei blog, nelle riviste, nei giornali, nelle trasmissioni televisive, si organizzano mostre ed incontri, compatibilmente con le energie e le risorse che – purtroppo – non sono mai abbondanti come si vorrebbe.

6- Cosa ne pensate delle case editrici che fanno pagare gli autori per essere pubblicati? Qual è il confine tra arte e commercio puro e semplice di un libro-prodotto?

Le case editrici a pagamento ci ricordano le false cartomanti delle emittenti televisive locali: senza scrupoli, avide, parassite, bugiarde, capaci di alimentare un sogno e una passione individuale allo solo scopo di arricchiarsi materialmente, senza per giunta prendersi il più minimo rischio d’impresa. Tra arte e commercio è un continuo tiro alla fune: noi speriamo sinceramente di interpretare il nostro ruolo nella giusta misura, con lo spirito dell’artigiano più umile che si mette al servizio di un progetto che continuiamo a percepire come più grande e complesso di una singola pubblicazione.

7- Il libro che avete pubblicato a cui tenete di più ?(dai che c’è, lo sappiamo).

“KZ”, il libro di Arturo Benvenuti che raccoglie 250 disegni realizzati dagli internati nei campi di concentramento nazifascisti di mezza Europa durante la Seconda Guerra Mondiale e raccolti dallo stesso Benvenuti nell’arco di quattro anni di viaggi e ricerche. Lo abbiamo incontrato quasi per caso, questo progetto, e lo abbiamo adottato perché diventasse il primo libro dei nostri primi 10 anni di attività. Crediamo rappresenti alla perfezione ciò che gli uomini possono fare per gli altri uomini con soltanto una matita e un pezzo di carta a disposizione.

8- Prossime pubblicazioni e progetti futuri?

Citiamo volentieri due progetti distinti che parlano di miopie colpevoli e di abusi che non vorremmo più vedere: un libro racconta le quattro storie vere di sofferenza, aborto e obiezione di coscienza accadute in Italia negli ultimi anni, l’altro percorre la penisola alla ricerca dei principali abusi e speculazioni edilizie compiuti dall’uomo per ignavia e per avidità.

Ecco il sito della casa editrice, andate a farvi un giro: http://main.beccogiallo.net/

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-Al Cinema- : il ritorno di “Barry Lyndon”

 

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Dalla cineteca nazionale di Bologna, nell’ambito del progetto “Il Cinema Ritrovato”, ecco la versione restaurata di uno dei capolavori di Stanley Kubrick: Barry Lyndon, proiettato in settanta sale italiane a partire dal 12 gennaio 2015 fino al mese di febbraio.

Prodotto nel 1975, il film “rivive” sotto i nostri occhi dopo 40 anni dalla produzione. Tratto dall’omonimo romanzo di William Makepeace Thackeray(1844), il film è un grande affresco dell’Europa del Settecento , il secolo dei lumi (dunque inizio di quella ideologia della ragione tanto contestata dal pensiero kubrickiano) ma anche secolo di guerre, rivoluzioni.

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La distruzione di Dante Virgili

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Nel 1968 negli uffici di Segrate della Mondadori giunge un dattiloscritto, si intitola “La distruzione”, e l’autore è Dante Virgili.

Del testo se ne occupa un gruppo di redattori e collaboratori esterni che vagliano la possibilità di pubblicazione o meno. Verrà pubblicato nel 1970.

La storia di questo dattiloscritto sembra mitizzato in parte anche dai diretti interessati, solo su questa faccenda ne è stato addirittura scritto un ulteriore libro: un libro sulla storia della nascita di un libro… “Cronaca della fine” di Antonio Franchini, tutto molto interessante, un peculiare approfondimento sul mestiere dello scrivere e su cosa sia in verità questo mestiere, questa arte, questo petulante imbroglio tra la testa e le lettere. Tutto molto interessante, certo. Ma quanto è stato costruito a priori, quanto è stato progettato per creare un caso letterario, quanto è stato architettato per far sì che nascesse un libro che la sua qualità principale non fosse il contenuto essenziale ma il contenuto in quanto concetto dissacrante fine a se stesso? Quanto non si sa, forse si dovrebbe chiederlo ai diretti interessati, ma il dubbio rimane, e di questi dubbi è fatto il mondo dell’editoria e della letteratura, e il dubbio cresce quando si legge, finalmente, questo libro, diremo perché.

Ma il fattore strumentale pubblicitario di questa pubblicazione forse non è così importante e fondamentale visto anche che, se c’è stata, non ha avuto successo del tutto, e il l’uscita del libro ha avuto un tiepido se non scarsissimo riscontro di lettori, almeno inizialmente.

La storia narra le vicende di un correttore di bozze in un giornale italiano che vive in perenne frustrazione riguardo al rapporto con le donne, col denaro, la propria autostima, volgendo lo sguardo in maniera ossessiva al suo passato di militante nelle forze nazionalsocialiste durante la guerra. Hitler il suo mito, il sadomasochismo verso l’altro sesso come fonte di piacere e dominio che mai giunge al vero appagamento, visioni di distruzione e guerra e morte che gli incendiano la testa. Un prototipo degli archetipi del male subdolo, vendicativo, perverso, un personaggio che assurge a simbolo del male profondo, della malattia nella coscienza dell’uomo e dei suoi gesti, della guerra, dell’alienazione.

A primo acchito sembra un romanzo nazista, una specie di propaganda di morte, di nostalgico libercolo con aspirazioni di prosa sperimentale inneggiante un’ideologia nichilista. Ma se si legge un poco più a fondo si nota la straziante vena cupa e rabbiosa e visionaria, una forza in fondo vitale e vergine della parola che l’autore cerca di immettere tra le righe, non sempre con successo, ma in qualche momento ci azzecca. Non perfettamente riuscita la ricerca di un linguaggio nuovo, Virgili usa a perdifiato il sistema dello stream of consciousness, lo frammista a prototipi di cut-up, spezza il linguaggio, distrugge la punteggiatura, incunea nella prosa intere pagine in tedesco, discorsi di Hitler al popolo in estasi, sprazzi di ricordi, veroniche nel tempo e nello struttura della storia, ma lo fa all’interno di un assetto che risulta perfettamente aderente al tipico romanzo novecentesco, ad una trama, fondamentalmente, caratterizzata da canoni normali. Insomma, anche Virgili sembra tentare al bluff. Infarcisce la prosa di amputazioni sintattiche, si crogiola in maiuscoli urlanti, spezza il sistema normale fluente della narrazione, ma pare lo faccia solo di facciata, perché la filigrana la si vede bene, ed è il consueto tentativo di frustare, ma la frusta è truccata, e si squaderna a piena vista la volontà di scalfire il comune senso del pudore con il fine principale di creare uno scalpore fittizio, per ricerca di fama facile, di vanesia volontà d’apparire.

Per altri versi Vrigili è riuscito a creare qualcosa che non esisteva esattamente, nel momento letterario dell’epoca, e il libro rimane una piccola gemma di letteratura (come “prodotto” letterario) che prova a rifulgere da altre angolazioni, lo fa forse in certi momenti in maniera goffa, ma ci prova e perciò “La distruzione” a tutti gli effetti si conquista una posizione nella storia dei libri, diventa libro “maledetto” e introvabile, acquista la fascinazione della dannazione, ma lo fa non per il presunto scopo del gruppo mondadoriano di Segrate, ma perché diventa il simbolo della disquisizione letteraria: cos’è lo scrivere, cosa bisogna scrivere, fin dove ci si può spingere?

“La distruzione” non è un grande libro in quanto tale, per forma, stile, trama, lo è per le appendici tentacolari filosofiche sulla parola, il suo significato, la sua essenza e il suo futuro che è riuscito a produrre. Lo fa per tutte le domande che riesce a creare riguardo lo strumento della parola, il significato del proibito, lo scabroso, di quel che è concesso, la libertà di dissacrare e anche quella di scrivere cose interessanti per motivazioni trasversali allo stile e la trama peculiare di un libro.

D’altronde Giuseppe Pontiggia ha detto: “I grandi scrittori sono in continuo aumento. Quelli che scarseggiano sono gli scrittori”.

Nel 2003 peQuod edizioni ha ripubblicato il libro. Anche le copie di questa edizioni sono praticamente introvabili.

La scimmia gialla ha contattato la redazione di Italic Pequod che ha preso le redini della defunta peQuod e con estremo piacere vi informiamo in esclusiva che vi è l’intenzione concreta di ristampare “La distruzione”.

di Alessandro Pedretta

Opera sull’acqua e altre poesie di Erri De Luca

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Erri De Luca

 

Valore

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso
involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello che oggi vale ancora poco. Considero valore tutte le ferite. Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido,
chiedere permesso prima di sedersi,provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord, qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.

*
“Per chi scrive storie all’asciutto della prosa l’azzardo dei versi è mare aperto”. Schermendosi, Erri De Luca trova così il modo per presentarsi, da autore già affermato qual è di romanzi e traduzioni colte, al pubblico certo meno vasto ma oltremodo sollecito e fervido di novità da espungere della letteratura in versi.
E’ il 2002 e l’autore, già cinquantaduenne, vede entrare nelle librerie, nella bianca collana einaudiana, di fianco a Rilke, a Pavese, a Beckett, la sua prima opera poetica a cui non a caso darà il titolo: “Opera sull’acqua”.
Comparire sugli scaffali troppo vicino ai grandi poeti della letteratura mondiale gli da evidentemente quel senso di vertigine e di venerazione che si ha di fronte alla montagna che si è appena scalato. Invero, dall’umiltà, da buon napoletano, egli staccherà una punta diamantina di orgoglio che brillerà come quell’opera sull’acqua che vuol far vedere soprattutto come una scommessa con se stesso.
Chi conosce anche marginalmente l’Erri De Luca romanziere non faticherà molto a riconoscere in nuce il poeta che con la parola scardina e assembla il mondo.
Sono quasi sempre tentativi di presa di una realtà che sfugge e si lamenta (come vento che strofina sul mare) e si interrompe sul limite del pianto: il novecento lacerato e scosso, furioso e vorticoso; la storia maiuscola e minuscola di ogni patria e di ogni singolo uomo; le derive in tutte le direzioni; lo scadimento e l’ottundimento di tutti i valori, di vita, di morte, di fede e amore.
Erri De Luca interroga passato e presente senza edulcorazioni scavando una materia poco malleabile e abrasa, consumata. La parola si spoglia e si corruga, diventa roccia, scudo, pungolo e sferza, grido di dolore e invoco dell’anima, sangue che scorre dentro le vene e si perde nelle strade polverose e acciottolate. L’ex militante di Lotta Continua immerge i suoi pensieri nell’Antico Testamento, nella figura di Maria, di Cristo, scardinando e umanizzando, scrivendo di un sentiero che porta alle guerre balcaniche, alle dolorose migrazioni dalle coste africane, alle afflizioni della povera gente da qualunque colpa afflitta; scavalca il tempo e lo comprime, ne ingoia l’amaro e lo sputa e quando vede un piccolo fiore non lo coglie e in ogni singola azione e in ogni cosa cerca un senso.
E viene da domandarsi se non sia proprio questo il destino dei poeti, di vibrare come corde dentro l’anima e inchiodare le cose a un senso: magari non compiuto.

di Giovanni Perri

Intervista a 21 Editore, giovane e determinata realtà editoriale dalla Sicilia

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La scimmia gialla ringrazia la redazione di 21 Editore che ci ha concesso questa intervista. Siamo sempre alla ricerca di nuove realtà indipendenti che portano avanti un discorso serio di editoria, che con determinazione e qualità trovano uno  spazio in un mondo spesso dominato dai grandi nomi. Queste realtà, secondo La scimmia gialla, sono indispensabili per supportare una sana editoria scevra di addomesticamenti culturali.

1- Siete una casa editrice giovane: cosa vi ha spinto ad avviare un’attività tra il caos che attualmente regna nel mondo editoriale che pare giunto ad una certa saturazione? Cosa proponete di diverso rispetto agli altri editori?

21 Editore si chiama così in onore dell’omonimo articolo della costituzione italiana, che garantisce la libertà di stampa, anche se sfruttiamo altre assonanze come le 21 lettere dell’alfabeto, il ventunesimo secolo e non ultimo la tradizione che attribuisce a questo numero un’aura di fortuna e di sacralità. L’anno di nascita è il 2011 e la prima pubblicazione è stata una rivista (21 Magazine) dedicata prevalentemente alla Sicilia e ad alcuni temi specifici come l’arte e la letteratura contemporanea, l’architettura e la storia. Questa iniziativa ha consentito la formazione di un gruppo che ha deciso di cimentarsi adesso nella pubblicazione di libri. La saturazione vale per tutti i settori, non è una buona ragione per non cimentarsi, né abbiamo la presunzione di affermare che la nostre proposte editoriali siano radicalmente diverse da quelle di altri editori, siamo spinti da una forte passione per questo lavoro e tanto ci basta.

2- La scimmia gialla è dichiaratamente schierata per un’editoria NOEAP. Sappiamo che anche voi lavorate in questo senso. Cosa ne pensate di quegli editori che chiedono soldi per poter pubblicare con loro?

La crisi travolge tutto e tutti, certo un settore tradizionalmente debole come l’editoria è più penalizzato; nel suo ultimo libro “L’impronta dell’editore” Roberto Calasso (il maggior editore italiano di tutti i tempi) afferma spietatamente che “l’editoria è un modo rapido e sicuro di dissipare patrimoni sostanziosi”. Dunque quello dell’editoria a pagamento è un modo per sopravvivere. Si tratta di scelte a nostro avviso insindacabili anche perché dettate dalle risorse a disposizione. L’editoria a pagamento non è il diavolo, talvolta grandi talenti emergono grazie a queste pubblicazioni mercenarie. Moravia ha pubblicato il suo primo libro a spese proprie e non è il solo. Noi abbiamo scelto di puntare sulla qualità quindi questo segmento di mercato non ci interessa.

3- Che genere di libri pubblicate? Propendete per un genere in particolare? Accettate manoscritti di esordienti o comunque di autori ancora poco noti? E se sì come possono contattarvi?

Pubblichiamo per ora 4 collane, due dedicate alla narrativa (Peñarol per i gialli e Nautilus di cui fa parte la raccolta di racconti “Novelle italiane” appena pubblicata) e due alla storia Aspettando i barbari (antichistica e medievistica) e Controstoria (moderna e contemporanea). La storia è il nostro pezzo forte, ma tutte le collane sono dirette da persone capaci e competenti. Il critico letterario Salvatore Ferlita dirige Nautilus, il giallista(e fisico del CNR) Antonio Pagliaro segue Peñarol, l’antichista della Sorbona di Parigi Giusto Traina Aspettando i barbari, e il contemporaneista inglese David Broder si occupa di Controstoria. Nel 2015 vedrà la luce una nuova collana dedicata ai tanti problemi economici e sociali della Sicilia che chiameremo La terra promessa. Sciascia diceva che se si cerca un titolo per qualche cosa basta rileggere Shakespeare o la Bibbia e lo si trova. Io ho seguito il consiglio, ma, per il titolo, mi sono ispirato anche a “der Jüngste Tag (il giorno del giudizio)” la celebre collana dell’editore Kurt Wolff che pubblicava Kafka. In questa fase non prendiamo in considerazione esordienti perché siamo anche noi assai poco conosciuti e questo rischierebbe di portare autore ed editore ad un fiasco clamoroso. È nostro desiderio invece cercare nomi di rilievo che possano contribuire a far circolare il nome della nostra casa editrice. Almeno per ora. Questo non vuol dire che non riceviamo manoscritti: ne abbiamo già tantissimi e li passiamo al vaglio con attenzione. Non abbiamo ancora scoperto il nuovo Salinger finora, ma siamo fiduciosi. Chi lo desiderasse può inviarci i propri libri via mail scrivendo a redazione@21magazine.it

4- Pensate che l’editoria indipendente, o comunque piccole realtà che propongono buoni prodotti editoriali, possano ancora conquistarsi uno spazio tra le grandi major che in tutti i modi paiono condizionare le scelte dei lettori?

Se così non fosse non avrebbero mai visto la luce, affermandosi, case editrici come Sellerio, Adelphi, Marcos y Marcos, Fazi, l’elenco delle matricole che hanno avuto successo è lungo. Dunque la risposta è si, c’è ancora spazio per chi sa osare e non ha paura dello sforzo che far bene il proprio lavoro richiede.

5- Una volta pubblicata la loro opera seguite gli autori? In che modo? Cosa ne pensate della creazione di eventi e presentazioni correlate alla distribuzione del libro? Quanto peso ha oggigiorno il potere del web per farsi conoscere nel mondo della letteratura?

Non disponendo di grandi capitali puntiamo moltissimo sui social media per la promozione (crediamo sia un potente strumento di diffusione della nostra realtà editoriale),oltre al tradizionale apporto dell’ufficio stampa che nel nostro caso è la piccola, giovane, agenzia Totem con cui siamo felicissimi di lavorare. Ci seguono a 360% gradi e mantengono i rapporti con l’autore affiancandolo, organizzando eventi e presentazioni, partecipazioni a fiere e premi letterari. Tutte attività fondamentali per farsi conoscere dal pubblico dei lettori.

6- In Italia vengono pubblicati circa 60.000 libri all’anno, cosa ne pensate? Siamo un Paese più di scrittori che di lettori? Non sembra un paradosso?

Più che un paradosso è la radice di ogni male. I paesi dove si legge poco sono i più corrotti, arretrati, mafiosi e in crisi. Come l’Italia. Il basso livello culturale è l’indice che più di ogni altro spiega il disastro italiano. Il fatto poi che tutti scrivano non è una prerogativa nazionale, milioni di persone nel mondo hanno un romanzo nel cassetto e sogni di gloria. Ma almeno altrove hanno il buongusto di leggere molto prima di scrivere. Che è anche l’unico modo di avere qualche ragionevole speranza di pubblicare.

7- Quali sono i vostri progetti futuri, avete pubblicazioni in cantiere? Dove possiamo acquistare i vostri libri?

Abbiamo appena pubblicato “Novelle italiane”: 7 racconti lunghi dello scrittore polacco Jarosław Iwaszkiewicz, una dichiarazione d’amore verso il nostro Paese espressa in una prosa garbata, lirica a tratti perfino ironica. A gennaio uscirà un saggio storico “Il libro nero dell’impero britannico” del contemporaneista inglese John Newsinger dedicato alle nefandezze del colonialismo britannico. Il più vasto impero della storia che si è sempre vantato di avere diffuso libertà e democrazia e invece ha inflitto in Africa ed Asia e perfino in Irlanda sofferenze e danni permanenti a milioni di uomini e donne e a intere nazioni. I cattivi della storia sono sempre i tedeschi o i russi solo perché la storia la scrivono i vincitori, questo libro ristabilisce l’equilibrio attribuendo agli inglesi le loro responsabilità. I nostri libri si trovano principalmente presso tutte le Feltrinelli, qualche libreria indipendente (come Assaggi o Mangiaparole a Roma e Brodway a Palermo) e poi su IBS, Amazon e le altre maggiori piattaforme di vendita on line, anche in formato e-book.

WU MING CONTINGENT/Collettivo Carrascosa Project – Parma, Circolo Arci Zerbini /11 dicembre 2014

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L’Associazione Culturale BuUUio e il Circolo ARCI A. Zerbini sono lieti di presentare il secondo reading (questa volta molto rumoroso) di OLTRETORRENTE SONICO 2.0:

WU MING CONTINGENT (无名军队), “sezione musicale” del collettivo Wu Ming. PUNTO.
+
CARRASCOSAPROJECT, manipolo di scrittori e facchini d’arte

Inizio reading CARRASCOSAPROJECT: ore 21.45
Inizio WU MING CONTINGENT: ore 22.30
Prima e dopo djset pensieroso.

Ingresso up to you (decidi tu quanto pagare, tigre) con tessera ARCI
Arci Zerbini Parma
piazzale santa caterina, 1, angolo via bixio

 

WU MING CONTINGENT:
Il collettivo bolognese non ha certo bisogno di presentazioni: già Luther Blissett autore del profetico Q, agitatori culturali con New Italian Epic, e tantissimo altro. I Wu Ming Contingent vogliono essere la sezione musicale del collettivo e sono: Wu Ming 2 (già nei Frida Fenner, formazione hardcore bolognese che fra le altre cose accompagnò i reading di Enrico Brizzi), Wu Ming 5 (già nei Nabat, storica formazione Oi! Punk italiana), oltre a Yu Guerra e Cesare Frioli, storici membri degli X-Ray Men. Vent’anni dopo e dopo alcuni mesi di prove embrionali, tra garage e sale prova di fortuna, nasce così Wu Ming Contingent. I Wu Ming Contingent hanno appena registrato l’album BIOSCOP, dove raccontano le storie di 10 sbilenchi personaggi maschili, uscito il 18 Aprile 2014 per Woodworm. I numi tutelari del sodalizio sono Public Image Limited, Joy Division, Neu!, Patti Smith e Lou Reed. Ad aprire il live, il reading musicato di Carrascosa Project. Ideale per chi crede ancora nella musica, nei movimenti, nella forza del passato.

“L’idea che mette assieme il gruppo è proprio quella di superare la classica formula = scrittore che legge i suoi testi + musicisti che suonano i loro strumenti. L’obiettivo è quello di produrre “canzoni declamate”, con scarne linee vocali, senza però ripetere quanto già fatto egregiamente da Massimo Volume, Offlaga Disco Pax, Bachi da Pietra o Uochi Tochi.”

http://www.wumingfoundation.com/index.htm
https://www.facebook.com/wumingcontingent?fref=ts

CARRASCOSAPROJECT:
Carrascosaproject è un collettivo di scrittori, scrittrici e facchini dell’arte, hanno all’attivo due libri (Latinamerica – El lobo!), decine di racconti, saggi e poesie pubblicati su postnarrativa.org ed su altre piattaforme o riviste. Il progetto raccoglie una trentina di giovani penne dalle disparate provenienze geografiche, molti collaboratori, qualche simpatizzante e il prezioso sostegno di amici e parenti che ci seguono con imprescindibile fedeltà e cieca stima. A breve molte novità: un sito rifatto per bene e in contemporanea l’uscita dell’ultimo romanzo collettivo: POPLAND, durante la serata ne verrà letto il prologo. Ad accompagnare la lettura una delegazione degli EMILY, collettivo musicale, con cui da tempo si collabora e si fa roba in giro per il mondo (ultimi reading fatto assieme: sul lungomare di Varsavia, a casa di un amico a Bilbao, dentro i Pirenei, e a Berceto).
Inoltre, a far da sfondo e contorno, ci saranno le mirabolanti immagini di Mha Corre Fra Gli Alberi.
Come se non bastasse ci saranno anche gli
HOUSE OF PIZZA scalmanata ed elettrizzante band di Perma, sarà un esperimento dove musica/parole/disegno si incontrano e scontrano e vedremo cosa accadrà! L’ultimo loro concerto, sull Isola di Metamauca, è andato così bene che ora nessuno osa più recarsi su quell isola, zona definita dall onu ‘ad alto rischio di esplosione’ e allo stesso tempo ‘riserva naturale paradisiaca’

http://postnarrativa.org/

FAME di Knut Hamsun

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Fame” è un lungo racconto scritto dall’autore norvegese Knut Hamsun e pubblicato nel 1890.
Narra le vicende di uno scrittore poverissimo tormentato dai debiti, che soffre le atroci sofferenze per la mancanza di cibo e che vive arrabattandosi per trovarsi un tetto sopra la testa. Un giovane scrittore che deve lottare costantemente anche per procurarsi il minimo necessario per poter scrivere: un mozzicone di matita, una candela per illuminare il tavolo, un luogo isolato nel quale possa concentrarsi, la giusta sazietà di pancia e sanità di spirito per possedere la lucidità bastevole per lavorare, nello scenario dal clima teso dell’autunno norvegese di Crhistania (la Oslo odierna).
La trama si accosta in qualche modo al “Martin Eden” di London, seppur quest’ultimo pubblicò il suo romanzo successivamente, nel 1909 (il quale ebbe comunque un successo di pubblico assai maggiore); i due romanzi si avvicinano per il carattere da Bohémiens dei personaggi, seppur scevri da una rappresentazione troppo romantica. Personaggi torturati dalla voglia di scrivere e nello stesso tempo di vivere e sopravvivere. Ma mentre Hamsun si concentra più sul fattore di estrema indigenza del protagonista che gli compromette una sana condotta di vita, in Martin Eden spicca la lotta creativa che parte dal basso, la volontà di potenza individuale, la sfibrante ricerca della conquista personale (in questo caso è la conquista del sapere e dell’amore, ma in London si scorge nitidamente il leitmotiv del “sogno americano”, sogno che in Martin Eden si scopre però deturpato, sfregiato, alla rivelazione di una classe agiata bigotta e incolta).
Similari i due libri anche nei particolarismi descrittivi del mestiere dello scrivere: gli eccessi passionali per il linguaggio, le vampe creative che colgono all’improvviso i protagonisti, che come in una trance di ispirazione galoppante trasportano su carta fiumi di parole che paiono preformati nelle loro menti.
In “Fame” si palpa invece, regolarmente, a differenza dall’altra opera, la profonda umiliazione che prova il protagonista di fronte al miserrimo stato in cui si trova. Hamsun rimane terra-terra, non si lascia andare a derive filosofiche e intelettualistiche, descrive in maniera cruda e veristica i patimenti e gli strazi fisici e di coscienza di un uomo ridotto all’osso, che per trovare un poco di sollievo dalla fame arriva a masticare la cintura, dei pezzi di legno trovati per strada, a passarsi sassolini in bocca come fossero caramelle. Un protagonista che, causa la fame, vive di ossessioni, paranoie, fisime e visioni più o meno bizzarre, costringendolo ad inventarsi bugie d’ogni genere, bugie che paiono travolgerlo, che come una droga si impossessano di lui, lo rendono pazzo – il corpo che aspira compulsivamente al nutrimento, la mente che trasmuta la realtà in un fantastico ambiente dalle sfumature allucinate.
Fame” è un libro scorrevole e di facile lettura, un libro duro e realistico, che ricalca in parte la storia dell’autore (premio Nobel per la letteratura nel 1920), il quale visse momenti drammatici nella sua giovane esistenza travagliata, un libro che non manca comunque di piccole perle poetiche, raffinate descrizioni di una lirica superiore che solo un grande scrittore può possedere nelle proprie corde.
È il tempo dell’autunno, il carnevale della distruzione; le rose hanno contratto un morbo che le arrossa, che le tinge prodigiosamente con l’incarnato dei tisici, un rosso sfumato di sangue”.
di Alessandro Pedretta

Un viaggio nella notte con Massimiliano Santarossa

Il male - Massimiliano Santarossa

Il male – Massimiliano Santarossa

Massimiliano Santarossa, è uno scrittore con alle spalle sei pubblicazioni, circa una all’anno, il suo ultimo romanzo “Il Male”, edito da Hacca Edizioni (2013) è candidato come “Libro dell’anno” per la classifica stilata dal programma “Fahrenheit”, una delle più importanti trasmissioni radiofoniche che si occupano di cultura in onda su Rai Radio 3. Nei suoi libri ci racconta l’emarginazione, la periferia devastante, città apocalittiche tra progresso asfissiante e inquinamento. Santarossa possiede un particolare e affascinante stile visionario. Usa la parola per regalarci quadri onirici di una società abbattuta e abbattente. Noi lo ringraziamo per aver accettato di rispondere alle domande de La scimmia gialla e speriamo di poterlo intervistare nuovamente per l’uscita del suo prossimo romanzo “Metropoli” in uscita in primavera per i tipi di Baldini&Castoldi.

1- Nelle tue storie ci hai parlato spesso della tua terra, il nordest italiano. Ci hai raccontato la disperazione degli uomini che vivono un mondo che pare voglia inglobarli e meccanizzarli, di questo nordest infarcito di degrado sociale, la cui cultura è fondata su una industrializzazione alienante, sulla cosiddetta “fabbrichetta” – luogo di culto per quella parte d’Italia particolarmente conosciuta per essere iperproduttiva e affamata di soldi. Ci hai descritto personaggi che vivono storie ai margini, senza prospettive, che lottano forse per riacquistare un briciolo di umanità tra i capannoni industriali. Quanto c’è di te in queste storie? D’altronde Hemingway diceva: “bisogna scrivere solo di ciò che si conosce sul serio”. Hai seguito, anche indirettamente, il suo consiglio?

Il Nordest, nella fattispecie il degrado di Veneto e Friuli, l’ho iniziato a raccontare quando queste terre erano nel pieno sviluppo economico, all’inizio degli anni Duemila. Scrivevo racconti che all’epoca sembravano pura allucinazione: emarginazione, povertà, disagio giovanile, dipendenze, tutti temi in queste regioni negati, nascosti, tenuti all’oscuro. All’epoca, in queste zone, non si affrontavano i problemi legati allo sfruttamento dell’economia sull’individuo, ciò che succedeva nella penombra delle migliaia e migliaia di enormi capannoni industriali o dentro gli infiniti monolocali popolari delle periferie pordenonesi, udinesi, padovane, trevisane, veniva volutamente taciuto. Anche, e forse più di tutti, la cultura dell’epoca era partecipe di quel sistema e da quel sistema iperproduttivo ne traeva ampi vantaggi economici, quindi taceva i drammi che lo sviluppo creava: schiavitù innanzitutto. Ora è facile fare gli scrittori di protesta, ora che tutto è finito, che tutto è crisi, che tutto è crollo, cosa resta da denunciare? Nulla o quasi. Il Nordest non esiste più da almeno dieci anni, forse venti. Probabilmente nel 2000 io stesso ero in ritardo sulle cose. Figurarsi chi critica oggi un sistema che ha smesso di esistere da un decennio. Nel mio caso tutto quello che ho scritto sulla fabbrica, sulle tensioni del mondo del lavoro, sull’emarginazione, insomma il mio essere uno scrittore realista nasce dalla totale appartenenza a quell’universo popolare. Tuttavia non ho mai raccontato me stesso, ho piuttosto usato me stesso, il mio corpo e i miei occhi, per toccare, guardare e poi scrivere ciò che mi circondava.

2- Da una scrittura prettamente neorealistica sei passato, soprattutto nel tuo ultimo romanzo “Il Male”, ad una prosa in cui modelli uno scenario onirico, dentro il quale le visioni e le allucinazioni della società moderna prendono vita in quadri dalle tinte abbaglianti e cupe insieme. Un lavoro certosino che elabora metafore perlustrando gli abissi dell’animo umano. Questo cambio di rotta stilistico lo consideri come un naturale processo di evoluzione della tua scrittura? Pensi che proseguirai per questa strada?

Con i precedenti cinque romanzi avevo raccontato tutto ciò che io conoscevo della società, cioè il muoversi dei corpi nella società e ciò che questo movimento produce, il più delle volte problemi e caos. Con “Il male” ho voluto invertire, capovolgere, ribaltare il punto di vista. Mi interessava raccontare cosa la società, i suoi mille rumori, luci, slogan, appunto il caos che c’è là di fuori, produce in noi, noi esseri umani, per chi ha fede nella nostra anima o per chi come me è ateo nelle nostre terminazioni nervose. Siamo uomini in disfacimento, ma per che motivo? E cosa ci ha condotto a questo punto? Quali le cause e quali gli effetti della modernità in noi? Ecco, “Il male” tenta di narrare le difficoltà intime, i drammi inconfessati, le paure moderne di tutti, in dieci casi estremi. In futuro cambierò ancora. Il prossimo romanzo, “Metropoli”, che raccoglie almeno cinque anni di studi, appunti, scrittura, visioni, racconta l’Occidente dei prossimi trent’anni. Tento di guardare oltre, ho cercato di fare ciò che la letteratura oggi dovrebbe fare: tentare la narrazione del futuro prossimo. L’essere umano tra trent’anni come sarà se continua così? “Metropoli” cerca di dare una risposta.

3- Quanto conta per uno scrittore il contatto con il pubblico, cosa che succede per esempio nelle presentazioni dei tuoi romanzi? In questi contesti riesci a saggiare un certo feedback che si è creato tra le tue parole e i tuoi lettori?

Ho grandissimo rispetto per i lettori. Così tanto rispetto che non ho mai scritto una sola parola pensando a cosa potesse piacere loro. Scrivo e basta. Parlo e basta. E questo è il miglior modo per salvaguardare la libertà di scelta di ogni lettore. Durante gli incontri pubblici quindi continuo su questa strada di assoluta franchezza. Dico ciò che penso, in modo sincero, tutto qui. I lettori sono molto intelligenti e liberi, oggi. Ed è bene non alzare false barriere e morali tra chi scrive e chi legge. Siamo esattamente sullo stesso piano, quindi cerco la discussione onesta.

4- Come abbiamo già detto hai parlato spesso della tua terra, questo Nordest iperindustrializzato attraversato dalle sinfonie alienanti dei clangori delle fabbriche. Quali sono gli aspetti positivi del Nordest? Ce ne sono, vero?

Credo fermamente che il Nordest, come detto precedentemente, non esista più, né culturalmente né politicamente e tantomeno a livello industriale. Culturalmente è schiacciato come ogni paese dalle dinamiche occidentali, mode, slogan, messaggi, social media; politicamente non esprime una classe dirigente seria da almeno trent’anni, e a livello industriale le grandi aziende sono tutte o quasi passate a gruppi internazionali, o fallite, o fuggite. Veneto e Friuli oggi non determinano più nulla nelle scelte nazionali, tantomeno in quelle europee o occidentali. Quindi semplicemente non esistiamo. I lati positivi vanno trovati a livello singolo, di “dna” oserei dire. Nell’arco della storia queste regioni hanno sempre saputo reagire alle invasioni, dai turchi del 1500 fino al disastro delle due guerre mondiali, che qui hanno lasciato più vittime che altrove. Quello veneto e quello friulano sembrano due popoli devoti alla ricostruzione, economica e sociale. Credo sinceramente che tutto questo abbia a che vedere con un certo tipo di “dna”, la storia lascia tracce non solo nei libri, ma anche nella genetica. Quindi confido nei figli.

5- Qual è il tuo rapporto col web e i social network? Quanto valore possono avere per il lavoro che fai?

Un rapporto puramente pubblicitario. Non hanno nessun tipo di valore o peso rispetto alla mia scrittura, non studio affatto i fenomeni legati ai social media, non mi interessano in nessun modo; ora sono concentrato, e lo sarò sempre più, a immaginare il futuro di questo enorme agglomerato sociale chiamato Occidente. Nel mio immaginario è un futuro che vede un ritorno indietro di centocinquanta anni. Con tutta probabilità, nei prossimi tre decenni, tornerà con violentissima prepotenza il passato, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la schiavitù, in forme arcaiche, fisiche. Altro che social media.

6- Cosa più ti ispira nello scrivere, in questo momento? Sei condizionato dal successo (perché indubbiamente di successo si tratta) dei tuoi lavori precedenti? Quanto Male ci racconterai ancora nel futuro?

Non mi sento condizionato da nulla. Vivere in provincia aiuta. C’è il giusto silenzio che la scrittura richiede e la necessaria distanza dagli altri scrittori. Sono convinto che la scrittura richieda una certa solitudine. Nello scrivere mi sento più libero oggi rispetto a quindici anni fa, quando iniziai a pubblicare i primi racconti in riviste underground. Per quanto riguarda il futuro, “Metropoli” è un romanzo per me molto importante, il più importante. In quanto apre una mia visione narrativa proiettata in avanti, contiene nelle pagine un nuovo immaginario. E quando uno scrittore ipotizza il futuro, allora le praterie della mente diventano vastissime.

“Sguardi dal novecento” – Presentazione del libro di Nicola Vacca – Formia(LT)/ 7 dicembre 2014

NICOLA

Presso La Libreria di Margherita in Via Rubino 42 a Formia (LT), il 7 dicembre 2014 alle ore 18.00, Nicola Vacca presenta il suo libro “Sguardi dal Novecento” all’interno della sesta serie di appuntamenti INCONTRIAMOCI QUI in collaborazione con LA STANZA DEL POETA. Evento a cura di Paolo Fiore. Continua a leggere

Slam x 2014 – Milano – COX 18 (Via Conchetta 18) – 12/13/15 dicembre

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SLAM X 2014 – LA RIVOLUZIONE E’ UNA GINESTRA
La scimmia gialla vi suggerisce questo evento, allo storico COX 18 di Milano, in Via Conchetta al numero 18. Il sesto festival di reading e performance organizzato da Agenzia x (andate a dare un occhio al loro sito, meritano:  http://www.agenziax.it/) che si svolgerà lungo le tre serate dicembrine del 12, 13 e 15.

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